La traiettoria di malattia in un’opera d’arte

La traiettoria di malattia in un’opera d’arte

“Liquidi 13” o il “Trillo del diavolo”, polittico di  Evita Andújar

 

La malattia è tra le esperienze che più di altre segnano indelebilmente l’esistenza umana, provocando una profonda crisi e una frattura nell’identità del soggetto che è chiamato a rapportarsi con i propri limiti e con il manifestarsi di una sofferenza che, sovente, invade ogni dimensione della propria persona, penetrando sia il corpo che l’anima. In diversi modi si può poi reagire di fronte ad una patologia, ed è qui che le peculiarità di ciascun individuo entrano in gioco, intessendo le trame di quella che, in fin dei conti, è la storia personale dell’ammalato che carica di significato quel dato biologico, il quale prepotentemente si incarna e si declina nelle pieghe del vissuto.

 

Quante variazioni nell’esecuzione di quell’unica partitura che è il vivere; quanti fattori generano inediti sviluppi di quel fenomeno fisiologico che la scienza medica, in molti casi, riesce ad incasellare in categorie predefinite, ma che prepotentemente rivendica il diritto di appartenere al diretto interessato, a quel corpo specifico, a quell’esistenza personale, dove biologia e biografia si mescolano portando alla luce la contraddizione che segna ogni vita umana nella fragilità.

 

Ciascun ammalato è unico, come uniche sono le proprie strategie di adattamento e sopravvivenza, tanto da riuscire, talora, a trasformare quella che è una ferita in una feritoia attraverso la quale far penetrare il cambiamento nella fantastica storia della vita, non escludendo il dolore, ma piuttosto integrandolo in un orizzonte più ampio e variegato di senso e significato, senza ometterne i tratti di drammaticità che la caratterizzano.

 

E l’arte, in tutto ciò, può rappresentare uno strumento prezioso in grado di esprimere un’immagine di quello che siamo giunti a comprendere e che, come ricorda Joyce nel suo Dedalus, può coincidere con la bellezza. “Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l’arte.”

 

Ascoltare con pazienza la propria voce interiore che durante la convivenza con la malattia stride e viene soffocata dall’angoscia, da una sorta di aporia, è senza dubbio un atto di coraggio; vuol dire continuare a credere in sé stessi e credere che abbia un senso cercare di trovare la propria forma. Ma si scappa tanto spesso da sé stessi, che una prospettiva del genere risulta essere tanto affascinante quanto insolita.

 

Evita Andújar, nel panorama artistico contemporaneo, può rappresentare a pieno titolo una testimonianza particolarmente eloquente e significativa di quell’atto di audacia che si ostina a cercare di trovare la propria forma nonostante tutto, riconoscendo il valore catartico della propria espressione artistica, capace di generare una narrazione di quello che è il vissuto di malattia e di cura, che in questo caso brilla per intensità di bellezza, bontà e verità.

 

Avrà venduto la sua anima al diavolo per realizzare il suo polittico, che altro non è che la perfetta fenomenologia universale dell’esperienza di malattia di qualsiasi individuo che è costretto a giocare la propria partita a scacchi con il fato? Da dove esce fuori quel “trillo” così esteticamente pregno di significato e di vita vissuta, che si offre a noi nel colore e nel tratto sformato, sfuggente, che quasi imprigiona per un solo istante quell’emozione impressa nell’immagine e che presto torna gelosa al proprio spazio esistenziale al quale appartiene?

 

Tutto il carico emotivo del vissuto di malattia si condensa nelle nove tele che compongono l’opera, quasi in una sospensione metafisica di sentimenti ed emozioni, ma allo stesso tempo provocando insieme un’accelerazione e un rallentamento del tempo personale che la stessa Artista ha vissuto e sta vivendo nella propria quotidianità.

 

Tesse, Evita Andújar, la partitura più difficile che sia mai stata composta sulle sue tele, perché contenuto del suo cuore che si manifesta ed offre allo sguardo dello spettatore; ordisce la partitura più difficile della sua cifra estetica che pone alla base lo stato liquido delle nostre esistenze postmoderne, richiamando la leggenda della Sonata per violino di Tartini famosa per essere particolarmente impegnativa.

 

Nove, dunque, i frammenti che costituiscono l’opera che nel titolo evoca il trauma. L’ambiguità del numero 13 viene caricata di responsabilità, quasi a delineare la chiave di lettura del dietro le immagini che risiede nella vicenda personale dell’Artista. Nove emozioni e sentimenti che vengono fissati empaticamente sulle tavole e che non si faticherà a riconoscere come passaggi inevitabili del confronto-scontro con la malattia.

 

“Impassibilità”: come se si trattasse di un’antica scultura, il soggetto rimane immobile, pietrificato, davanti alla notizia del proprio male. “Coraggio”: espressione della parte più maschile della propria personalità; nonostante il proprio mondo sta sfuggendo tutto ad un tratto, ci si rende conto di essere capaci di riconoscere cosa sta accadendo e dunque di essere resilienti. “Dolore”: ma la sofferenza è potente e penetra in profondità, come una carie, fin nelle midolla, nell’anima. “Distorsione”: ormai tutto si trasforma (la rappresentazione è portata alla massima astrazione), si arriva quasi ad un punto di non ritorno. “Asfissia”, la parte destra del riquadro rappresenta la malattia, al centro la persona e il resto del suo mondo a sinistra; schiacciata, non ha neanche più a disposizione la bocca per riuscire ad urlare il proprio disagio. “Aggressività”: prepotenza, sensualità, la natura dell’animale selvaggio reagisce. “Vuoto”: ad un certo punto non rimane più nulla, solo il vuoto che batte la strada affinché l’orrore faccia il suo ingresso. “Paura”: è a questo punto che l’angoscia attanaglia l’esistenza, il panico si impossessa della vita che deve necessariamente fare i conti con la cruda realtà della propria fragilità. “Superficialità”: ma la vita non si ferma perché si è ammalati, si fa finta di niente e si continua a vivere, a volte non ci si pensa neanche più e si continua ad andare avanti, si sorride e si continua ad esistere.

 

L’intelligenza delle emozioni, la portata cognitiva della vita emozionale si fonde con lo stile della pittura di Evita Andújar che con estrema tensione introspettiva, affronta il proprio vissuto e dona all’osservatore un’interpretazione carica di pathos di quel disorientamento che la chiama, quasi in una sorta di necessità di autodifesa e cura, ad esternare tutto in una condivisione viscerale, sacrificandosi sull’altare dell’arte.

 

I dipinti dell’Artista hanno tutto l’impatto visivo di un lavoro di F. Bacon, come allo stesso tempo sembrano riecheggiare l’estetica di G. Richter, dove si giunge a trasformare le immagini figurative in astratte e, con la tecnica della sfocatura, si tende a dissolverne i contorni, sfrangiando la riproposizione della realtà e dunque smorzando ogni possibile certezza. Nel tratto pittorico della Pittrice andalusa gli elementi si mescolano, rimandando ad un sentimento di imprecisione, incertezza, a situazioni provvisorie che si riscontrano sempre più andando ad analizzare la produzione successiva. I quadri di Evita Andújar mostrano sempre una grande perfezione tecnica ma, mentre si dipinge, si deforma o distrugge un motivo, e il tutto non è mai un gesto pianificato o del tutto consapevole, ma spesso derivante da altre ragioni.

 

La carica assiologica che caratterizza il ciclo pittorico ispirato all’intimo vissuto di malattia, presenta una singolare simbiosi tra carne, psiche e spirito che si esprime attraverso l’arte visiva e che enfatizza ulteriormente l’epifania di un dramma che non si governa del tutto, ma che si accoglie ed elabora secondo un nuovo sguardo prospettico, che aiuta la guarigione e salva, nonostante tutto, nella bellezza dell’arte.

 

 

     

     

   

Alessandro Franceschini

Dottore in Filosofia con un master in Medicina Narrativa, si occupa di Medical Humanities e insegna Filosofia Sistematica presso l’ISSR de L’Aquila collegato alla Pontificia Università Lateranense.