La potenza delle storie di malattia: “Nessun posto è casa sua” .

La potenza delle storie di malattia: “Nessun posto è casa sua” .

“Ho capito più sulla epilessia leggendo Dostoevskij che leggendo tanti saggi e manuali di neurologia”, questa affermazione del linguista americano Noam Chomsky, paradossale secondo il suo stile, è adeguata ad introdurre il racconto di Maria Palma Cesarini che presentiamo nel nostro sito.
Adeguata perché nella narrazione della giovane studentessa della Scuola Holden, viene meravigliosamente a galla come diversi modi di relazionarsi possano indurre modifiche anche nel campo cognitivo pur in presenza di una grave compromissione dovuta ad una Sindrome di Alzheimer avanzata.
Questo racconto conferma la potenza delle storie, la capacità che esse hanno di far comprendere meglio ciò che è connesso alla condizione esistenziale della malattia, le implicazioni soggettive ad essa legate.
Un esempio di come le storie possano aiutarci ad interpretare meglio per curare meglio, e questo è proprio quanto la Medicina Narrativa si propone di fare.

“Nessun posto è casa sua” di Maria Palma Cesarini

Mia nonna vuole sempre tornare a casa. Anche adesso che siamo qui, insieme, a guardare la tv. Dice “posso andare al bagno?”, dico “sì nonna vai al bagno”. Fa per alzarsi. Mia nonna è bassa e cicciotta: fatica ad alzarsi da sola. Ma ha la sua tecnica: affonda le nocche sul divano facendo leva sui pugni. Fissa i suoi occhi grigi nei miei e dice “dove sta il bagno?”. Le indico la porta. “Ma tu quando sei tornata?” mi dice. Mentre sorride alza il mento, come per arrivare a me. “Ieri sera”, le dico, e lei mi bacia. Si avvia verso il bagno ondeggiando: anziché andare avanti e indietro, sembra che i suoi piccoli piedi procedano a destra e a sinistra. Passa davanti alla porta e non si ferma. Dico “nonna, il bagno è di qua”. Dice “vacce tu al bagno se te scappa”. Prosegue ondeggiando. La lascio andare e mi rimetto davanti alla tv.
Dopo un po’, sento il rumore dei suoi passi che annaspano dal fondo del corridoio, sul parquet, sopra il tappeto dell’ingresso. Silenzio. È lì che aspetta. Si è messa il cappotto, le mani rossicce armeggiano col fazzoletto a pois blu, lo passano sopra la testa, lo stringono con un nodo sotto il mento. Dice “via, andiamo a casa”.
Mamma dalla cucina le urla dietro “ma che te sei messa, dove vai con quel cappotto, levati ‘sto cappotto”.
Nonna si guarda le maniche, i bottoni, solleva un angolo del cappotto marrone come farebbe una principessa con lo strascico del suo vestito.
“C’hai ragione”, dice, “blu e marrone figura da cafone”.
Si volta e torna di là, ondeggiando.

Mia nonna vive con noi da quattro anni. Dormiva nella camera dei miei, prima; non avevamo abbastanza spazio. Se non la controllavi, si infilava la camicia da notte sopra ai vestiti e si metteva a letto così, il reggiseno, la canottiera, la sottogonna, la maglia, il maglione, la gonna e la camicia, gli occhiali e le scarpe e il cerchietto in testa. E di mattina, sotto il cuscino, mia madre trovava di tutto: fazzolettini di carta piegati ben bene, qualche centesimo, un tappo, forcine per capelli, il pannolino sporco appallottolato. Era il suo piccolo tesoro quotidiano. “Peggio dei figli”, sentenziava mia madre, e quando la vedeva gettare tutto nell’immondizia, “perché lo butti, può servire, non lo buttare”, si disperava nonna.
Ora che me ne sono andata sta nella mia stanza. Quando torno, dormiamo insieme, io e lei.
“Mariapà”, mi dice, nel cuore della notte, “Mariapà”. “Eh nonna, che c’è”, dico io. “Dove stiamo?” Dice lei. “Come dove stiamo, dormi”, dico io. “Dormo? Ma che dormo!” dice, “dove stiamo adesso?”. “Stiamo a casa”, dico, “questa è casa nostra. Adesso dormi”. Silenzio. Il ritmo del respiro si addolcisce.

“Ce l’hai una bustina?” mi dice. È tornata. Ha in mano un fagottino con la camicia da notte, le calze da notte e un paio di mutande piegate ben bene. “Ce l’hai una bustina?” mi dice. “Che ci fai co’ sta roba no’?” le dico. “Vado via”, dice lei sottovoce. “Mettila a posto”, le dico. Si poggia l’indice sulla bocca, per farmi cenno di mantenere il segreto. “Dove vai?” dice mamma, venendo dalla cucina. “Vado a casa”, dice. “Io non ce la faccio”, dice mamma, “io non ce la faccio più con te. Divento matta pure io”, le tira via il fagottino e nonna si guarda le mani vuote rimaste a mezz’aria. Mamma apre l’armadio: “stai qui”, dice rimettendo a posto le mutande, “servita e riverita”, le calze da notte, “non ti manca niente”, la camicia da notte, “e non fai altro che dire portatemi a casa”. Sbatte l’anta dell’armadio. “Quale sarebbe sta casa?” scompare in fondo al corridoio.
Nonna torna a sedersi sul divano accanto a me. Contrae le labbra in una smorfia e solleva le sopracciglia folte, come a dire l’abbiamo combinata grossa. Mi sorride divertita.
“Non c’è mai stata a casa”, dice mamma dall’altra stanza, “anche quand’ero piccola. Sempre da lavorare, sempre da fare c’aveva”. Passa dal corridoio alla cucina. “E adesso, invece di ringraziare dio che sta qui con noi, vuole andare via”. Ha il viso infiammato, mia mamma. I lunghi capelli mori raccolti sulla nuca le sfuggono a ciocche ondulate sulla fronte, sul collo. È ancora una bella donna. Ha degli occhi stupendi. Gli occhi stanchi più belli che abbia mai visto. “E vattene, allora. Vedi un po’ dove arrivi”, dice senza fermarsi.

Mia nonna vuole sempre tornare a casa. Quand’è con noi a Foligno, dice “portatemi a casa”. Quando andiamo a Rasiglia, dove ha vissuto dopo sposata, dice “sarà ora de anda’ a casa”. Quando la portiamo al suo paese, dov’è nata, dice “ma non ce tornamo a casa?”.
Nessun posto è casa sua.
Alcune volte basta farla distrarre. È più facile farle raccontare i suoi aneddoti di sempre, che spiegarle come stanno le cose. E allora comincia “eravamo in tredici, io, la pora mamma, lu poru papà, la zi’ Pierina, lu zi’ Livorio…”. Quando c’è qualche ospite, è il momento delle fotografie. Arriva ondeggiando con le cornici in entrambe le mani, e le mostra allo sventurato avventore: “qui stavamo al Santuario”, dice, “me so’ sposata a vent’anni. Vedi che figurino!”, e si compiace, guardano l’immagine in bianco e nero, di lei col vestito da sposa anni ’50, le mani guantate strette al braccio che le porge mio nonno. E più uno riporta le foto al loro posto, più lei fa la spola tra il mobile nero e i conviviali. Mamma si sforza di non sgridarla. Si scusa. E tutti a dire “nessun disturbo, si figuri, nessun disturbo”.
Altre volte è più dura. “Mica posso rimane’ qui”, dice, “portatemi a casa”. Fa per aprire la porta, mio padre chiude a chiave e le dice di stare tranquilla, ma più glielo dice più lei si agita, e piange e urla che lei può pagare i soldi ce li ha basta che le diciamo quant’è “vi do i soldi ma portatemi a casa ditemi quant’è basta che mi portate a casa pe’ l’amor d’iddio”.

“Che se dice a Rasiglia?” mi dice. Dico, “nonna, io non sto a Rasiglia, sto a Torino”. “A Torino?” dice, “un colpo!” e ride. “E che stai a fa’ a Torino?”. “Studio lì”, dico. “Ah, vai a la scola”, dice lei. “E Olga è contenta?”. “Chi è Olga?” dico io. “Mamma tua”, dice. “Eravamo vicine de casa, io e Olga”. Dico, “nonna, mamma mia è Milena, la figlia tua”. Scoppia a ridere, porta indietro la testa e mi guarda con dolce ammonimento.
Mamma arriva finalmente in salotto e si siede sulla poltrona con un lungo sospiro. Impugna il telecomando e cambia canale, Tg la7.
“Perché tu non me ce porti a la scola?” le dice nonna. Mamma mi guarda e ridiamo insieme. “Quanti anni c’hai?” le chiede mamma. “Quanti anni c’ho?” mi chiede nonna. Rido e le dico “ottanta”. “Ottanta?” Dice lei, “mascì!” e ci guarda entrambe come se la stessimo prendendo in giro. “Mica c’ho l’anni tuoi”, dice a mamma, “tu sei più vecchia de me”. Si è fatta seria. “Guarda quello, è più vecchio de me e sta ancora lì!” dice indicando il giornalista in televisione. “Me facia la corte, era de Rasiglia!”, e le torna il sorriso compiaciuto. Dico “nonna, quello è Mentana”. Dice “eh, brava, Mentana se chiama!”. Guardo mia mamma che guarda mia nonna che guarda Mentana. Scuote la testa, non dice niente. Sta parlando di politica, lui. Mia nonna cerca di ascoltare e muove di continuo le labbra, come se stesse pronunciando parole mute, come mimando la voce che viene dalla tv. Si concentra e le succede così. La bocca ha dei piccoli spasmi e le dita delle mani prendono a ticchettare sulle cosce, sul divano, sui miei piedi accovacciati accanto a lei. Le succede anche quando si agita troppo. Ad esempio, se mamma non c’è è una tragedia. “Dove sta Milena, dov’è andata Milena, quando torna Milena”. E comincia a tremare tutta, ad andare da una finestra all’altra. Non fa differenza se le dico che è andata a fare la spesa, a pagare le bollette oppure dal dottore. “Milena, Milena do’ sta”. Non se la può prendere una vacanza, mia mamma, nemmeno di qualche giorno, nemmeno di un paio d’ore. O meglio, può farlo, ma poi sta sempre lì a pensare che ha lasciato sua madre da sola, anche se sola non è mai, e che deve tornare, che deve pensarci lei. Si sveglia la mattina, le dà la colazione, le medicine, le fa cambiare il pannolino, il venerdì le fa il bagno. “No il bagno no, me sento male, l’acqua è troppo calda, l’acqua è troppo fredda”. E via, ad insaponarla a risciacquarla ad asciugarle i capelli. Poi, durante il giorno è così, le manca sempre qualcosa: se c’è mamma cerca papà. Se c’è papà cerca mio fratello. Se c’è mio fratello cerca me. Se ci sono io cerca il gatto. “Hai visto il gatto, è scappato il gatto”.
Adesso è concentrata su Mentana.
Dico, “Ma’, chi c’è a pranzo domenica?”. Prima che lei mi risponda, nonna si gira verso di me, allarga le braccia e sorride dolcemente, “ma ci stai tu”, dice, “lu core mia, chi altro ce deve sta’?”. Si commuove e mi bacia. Ci sono momenti, come questo, in cui sono sua nipote. Non so come, ma lo sento. Tutto il resto del tempo, ormai, sono la figlia di Olga, la sua vicina di casa. Ma certe volte, quando mi guarda e mi bacia e sorride in un certo modo, beh, in quell’istante sono ancora sangue del suo sangue. Sono solo pochi attimi, in cui mi lascia arrivare in fondo ai suoi occhi, e mi guarda come se non mi vedesse da tutta la vita, o come se non potesse vedermi mai più, per tutta la vita. Un ricongiungimento e un addio in una sola sinapsi. Il tempo di un respiro.
Distoglie lo sguardo. Dice, “vedi s’è fatto notte, ce vole che torno a casa”. Dice, “me staranno a aspetta’”. “Chi t’aspetta?” dice mamma, cambiando canale. Il tg è finito. Dice, “su casa, mamma, papà, lu zi’ Livorio”. Posa le nocche sul divano e fa per alzarsi. “Ma se tu c’hai ottant’anni”, dice mamma, “può esse’ vivo lo zi’ Livorio? È morto cinquant’anni fa!”. “È morto?” Dice nonna. “Sì, so’ tutti morti”, dice mamma. “So morti?” si gira verso di me, “telefona ‘m’po’ su casa Mariapà, senti Olga che dice”. “Facce sta’ in pace un attimo” dice mamma “non la vedo mai Maria Palma, e tu sempre co’ sta lagna”. Gira canale: su Tv2000 c’è Papa Francesco. “Oh, guarda. Vieni a sentì la messa dai”. Dice, “sì la messa. Qui s’è fatto notte. Portateme a casa, per piacere”. Mamma si scioglie i capelli e poggia la testa alla spalliera della poltrona, gli occhi al cielo. “Ma che gli ho fatto io a Gesù Cristo?” dice. “Non era meglio se non ero nata? Non ce l’ho mai avuta una madre. E adesso ce l’ho così”. “Come non ce l’hai mai avuta?” dice nonna, impalata in mezzo all’ingresso di casa. “No”, dice mamma, “che sei stata una madre tu? M’avessi mai dato un bacio, che è uno”. Nonna assume l’espressione di chi sta cercando di capire qualcosa di molto difficile. Comincia a tornare verso di noi, e intanto boccheggia senza che le escano le parole. A piccoli passi, ondeggiando, ci mette un’eternità ad arrivare. Poggia la mano tremante sulla spalliera della poltrona. Dice, “ma io lavoravo, non è che non ce volevo sta’, fijia mia”. Dice, “lavoravo al lanificio da mattina a sera, papà tuo s’è avvelenato in conceria. Portavamo a casa i soldi per mangia’”, dice. Guarda mia madre e guarda me, cercando approvazione. “Che dovevamo fa’?”. Mamma si passa le mani sugli occhi, sui capelli e sospira. “Va bene”, le dice, “dai, adesso vieni a sentì la messa”.
Ave, Maria, grátia plena,
Dóminus tecum.
Benedícta tu in muliéribus,
et benedíctus fructus ventris tui, Iesus.
Nonna è concentrata su mia madre. Le prende una mano e gliela stringe tra le sue, piccole e morbide. È uno di quei momenti in cui si riesce a guardarle in fondo agli occhi, penso. Dice, “te volevamo più bene che manco dio lo sa”. Le tremano le labbra, le trema la voce, le tremano le mani strette come in una preghiera di perdono. Guarda mia madre, poi guarda la tv. Si distrae.
Sancta María, Mater Dei,
ora pro nobis peccatóribus,
nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
Recita sottovoce, insieme al Papa. Lascia le mani di mia madre e, come ipnotizzata, torna a sedersi accanto a me. Si siede e intanto prega. Dice, “vedi, quello è il prete de Rasiglia”. Sussurra, per non disturbare la messa. Lei crede di essere a messa. E sorride contenta. Dico, “nonna quello è il Papa”, sussurro pure io, perché per lei siamo tutti a messa, e se qualcuno parla fa “ssh”. Dice, “sì sì, è il prete nostro”. E sorride. Guardo mia madre che guarda mia nonna che guarda il Papa. È rimasta con la mano aperta poggiata sul bracciolo della poltrona. Ha gli occhi stanchi, e belli. Ha gli occhi lucidi.
Finisce la messa. Nonna si fa il segno della croce e sospira. “Quelli de casa staranno in pensiero”, dice. “Madonna salvece!”, dice mamma senza più voce, “ma chi so’ quelli de casa?!”. “Ma la famiglia mia, chissà chi!” dice nonna. “Ma la famiglia tua siamo noi!”, dice mamma. “Dai, vieni qua che te preparo la cena”, mamma si alza dalla poltrona. La vedo che è stanca. “Poi te metto a dormi’ così c’ho un attimo de pace”. Nonna annuisce e non dice altro, come una brava bambina che ha smesso di fare i capricci. È stanca anche lei. Fa per alzarsi.
Dico “nonna, chi siamo noi?”. Smette di dondolare la schiena, “e che ne so io” dice. In piedi dietro di lei, mia madre chiude gli occhi. Nonna sprofonda di nuovo sul divano, la testa all’indietro sul cuscino. Porta gli occhi al soffitto, come cercando qualcosa. Dico “nonna” e lei si concentra di nuovo su di me, “io e lei, chi siamo?”, tento ancora. Nonna ci guarda, ci studia dubbiosa. Ha la bocca socchiusa. Il neo all’angolo del labbro inferiore trema leggermente. Poi, inclina la testa, sorride compiaciuta e dice “quella è mamma mia. E tu sei la figlia de Olga”.

Francesca Rodolfi